DREAM لـ G. ZAKAMOTO

Dream لـ G. Zakamoto

أحلام العمر

Da quando ho 8 anni colleziono i miei sogni in taccuini che tengo accanto al letto. Il primo sogno è datato 6 giugno 1982: «All'orizzonte una tempesta in arrivo, Arlecchino mi passa davanti in groppa a un purosangue». Non sapevo, allora, che Arlecchino prima di essere una maschera era un demone: l'Hellequin delle leggende medievali, capofila della caccia selvaggia, traghettatore di anime.
Il metodo è rimasto lo stesso, si è solo raffinato in disciplina. Nei periodi meno produttivi mi obbligo a dormire per pochi minuti, con rumori di fondo di traffico o aspirapolveri, e sveglie zelanti che mi svegliano e mi permettono di annotare sul taccuino in corso un sogno appena sognato. È una tecnica antica quanto la modernità: Salvador Dalí la chiamava «il sonno con la chiave» — ci si addormenta in poltrona con una chiave pesante tra le dita, sopra un piatto rovesciato; al primo cedimento del sonno la chiave cade, il piatto suona, e si torna di là con il bottino ancora caldo. Thomas Edison faceva lo stesso con sfere d'acciaio nei pugni. Kekulé vide l'anello del benzene in un serpente che si mordeva la coda, Tartini si fece dettare il Trillo del diavolo dal diavolo in persona, Stevenson delegava i romanzi ai suoi «brownies» notturni, McCartney si svegliò con Yesterday già finita. L'ipnagogia è la zona franca dove il cervello lavora gratis: io ci ho solo messo la burocrazia — taccuini numerati, date, sveglie. Sono l'impiegato zelante dei miei sogni, il piccione Vogon funzionario del mio inconscio.
Esiste una piccola biblioteca di chi ha tenuto la contabilità dei propri sogni: la Boutique obscure di Georges Perec, 124 sogni catalogati come reperti; il Libro dei sogni di Fellini, che trasformava le notti in tavole colorate da circo; il Libro Rosso di Jung, miniato come un codice medievale; i diari onirici di Burroughs. E c'è Akira Kurosawa, che a ottant'anni rinunciò a ogni trama per filmare otto sogni così com'erano (Dreams, 1990).
Dipingere i propri sogni è un'esperienza mistica: è come dipingere il proprio cervello nei suoi momenti di ozio. I neuroscienziati lo chiamano default mode network, la rete che si accende quando non facciamo niente; i sogni sono l'arte prodotta da quella rete, l'unica produzione artistica veramente involontaria, senza mercato, senza committenti, senza critici, senza intelligenza artificiale, per ora. Ogni notte il cervello allestisce una mostra personale a ingresso gratuito e al risveglio la smantella. La serie Dreams è il tentativo di salvare qualche quadro prima dallo smantellamento.

I sogni di questa serie accadono quasi tutti nello stesso luogo: una piazza assolata e deserta, arcate, ombre lunghe, orizzonti troppo vicini, cieli di un colore sbagliato. È la scenografia che Giorgio de Chirico brevettò tra il 1910 e il 1918 e che nessuno ha mai potuto dismettere, perché non è uno stile: è l'architettura stessa del sogno. Non a caso la Metafisica nacque nella mia città: Torino, o meglio dall'idea di Torino, le piazze porticate, le statue equestri, le ombre geometriche d'ottobre. Lavorare a una serie sui sogni in un atelier torinese significa dipingere in loco: la materia prima è fuori dalla porta.
La grammatica è quella che Freud attribuì al lavoro onirico: condensazione e spostamento. Nel sogno le figure si fondono (un uomo è anche un piccione), gli oggetti migrano di contesto (una sveglia in mezzo a una piazza, un guanto appeso a un muro), le proporzioni mentono, il tempo si ferma su un orologio che segna sempre la stessa ora. La pittura metafisica non ha mai fatto altro: è montaggio onirico a olio. E come nei sogni, gli inquilini di queste piazze non rispettano le gerarchie culturali. Il cervello che sogna non distingue tra alto e basso, tra l'angelo e Doraemon, tra il Graal e la sfera del drago: archivia tutto nello stesso magazzino e di notte pesca a caso. Per un bambino cresciuto negli anni Ottanta, l'inconscio collettivo trasmette in TV il pomeriggio: i suoi archetipi si chiamano Shenron, Doraemon, Hello Kitty. Junghiani di seconda serata.
Dreams è anche il luogo dove le altre serie vengono a dormire: gli uomini-piccione di Stop the Pigeon, le sfere acefale di Quarantine, la gattina di Kitty die Katze, la rosa sotto campana che è già in Deflorationis, l'infanzia enorme del Ritorno dei giganti.
Se ogni serie è un eteronimo, il sogno è la stanza dove gli eteronimi si incontrano senza presentarsi. G. Zakamoto verbalizza questi meeting al primo mattino.

Consigli di lettura
Giorgio de Chirico — L'enigma dell'ora (1911), Canto d'amore (1914), le Piazze d'Italia, Ettore e Andromaca (1917), Bagni misteriosi (1973). La piazza, il guanto, l'orologio, il manichino, la statua: l'intero lessico scenografico della serie.
René Magritte — La condition humaine (1933), L'empire des lumières (1949–54). Il quadro nel quadro e la coabitazione di giorno e notte.
Salvador Dalí — La persistenza della memoria (1931), Sogno causato dal volo di un'ape (1944), Gli elefanti (1948), Rosa meditativa (1958); il «sonno con la chiave» in 50 segreti per dipingere da maestro (1948); la sequenza onirica di Io ti salverò di Hitchcock (1945) e il corto Destino con Disney (1945–2003).
Max Ernst — L'elefante Celebes (1921).
Paul Delvaux — le donne sonnambule, le stazioni notturne, la luce lunare sulle architetture classiche.
Henri Rousseau — Il sogno (1910).
Johann Heinrich Füssli — L'incubo (1781); Francisco Goya — Il sonno della ragione genera mostri (1797–99). Il ramo notturno e perturbante della genealogia.
Joan Miró — Cane che abbaia alla luna (1926): la scala a pioli verso il cielo.
Artemidoro di Daldi — Onirocritica (II sec. d.C.): la prima burocrazia del sogno.
Sigmund Freud — L'interpretazione dei sogni (1899): condensazione, spostamento, appagamento di desiderio, das Unheimliche (1919).
Carl Gustav Jung — Il Libro Rosso: archetipi e inconscio collettivo (in versione pomeridiana-televisiva).
Hervey de Saint-Denys — I sogni e i modi di dirigerli (1867): il pioniere del sogno lucido.
Ipnagogia e incubazione creativa: Edison e le sfere d'acciaio, Kekulé e l'anello del benzene (1865), Tartini e il Trillo del diavolo, Stevenson e i «brownies» (A Chapter on Dreams), McCartney e Yesterday (1965).
Georges Perec — La boutique obscure. 124 sogni (1973).
Federico Fellini — Il libro dei sogni (pubbl. 2007).
William S. Burroughs — My Education: A Book of Dreams (1995).
Akira Kurosawa — Dreams (1990): otto sogni filmati senza trama, il precedente diretto della serie.
Satoshi Kon — Paprika (2006); Christopher Nolan — Inception (2010): il sogno come tecnologia condivisa.
Hayao Miyazaki — Laputa. Castello nel cielo (1986), Porco Rosso (1992): l'isola volante e gli idrovolanti rossi, l'uomo-animale che vola negli interstizi.
Winsor McCay — Little Nemo in Slumberland (1905): il sogno a fumetti, con caduta dal letto obbligatoria nell'ultima vignetta.